Santuario della Consolata

Santuario della Consolata

Piazza della Consolata, 2. (Apri Mappa)

Descrizione

La Consolata è il santuario più amato di Torino, in via della Consolata, nel centro storico. Il nome ufficiale è basilica di Santa Maria della Consolazione, ma tutti la chiamano «la Consolà»: un capolavoro del barocco piemontese costruito da Guarini, Juvarra e Ceppi.

All'ingresso, sul pronao neoclassico, la scritta latina chiama Maria «consolatrice e protettrice della città di Torino». Dentro, la pianta è insolita: prima un grande vano ellittico, l'aula di Sant'Andrea, poi l'esagono guariniano con le cappelle ogivali e l'altare maggiore di Filippo Juvarra.

Le pareti sono coperte da ex voto, e nella navata laterale destra se ne vedono moltissimi: ringraziamenti dei fedeli nei secoli. Più in basso la cripta con la Cappella delle Grazie, che si vede da un loggiato.

Accanto alla chiesa sale il campanile romanico, alto 40 metri, costruito tra il 980 e il 1014 dal monaco Bruningo con mattoni romani di riuso: la sua torre è il monumento più antico che Torino possa vantare dopo i resti romani. La campana maggiore, del 1940, è tra le più grandi d'Italia.

La chiesa sorge sui resti di una torre della cinta romana. Nel V secolo il vescovo Massimo fece costruire una chiesa dedicata a sant'Andrea, con una cappella della Vergine. Il campanile è ciò che resta della chiesa romanica che la sostituì.

La devozione nasce da un'icona. Un cieco di Briançon, secondo la tradizione, raccontò che la Madonna gli aveva indicato dove ritrovarla, sotto l'antica chiesa. L'icona fu ritrovata il 20 giugno 1104 e il cieco tornò a vedere, ma l'episodio non è provato da documenti.

Durante l'assedio del 1706 la città si affidò alla Consolata, e dopo la liberazione la elesse co-patrona insieme a san Giovanni Battista. Un proiettile di quei giorni è ancora visibile alla base della cupola, dal lato di via della Consolata.

Dal 1678 Guarini ne rifece le forme, dal 1729 Juvarra ridisegnò presbiterio e cupola, tra il 1899 e il 1904 Carlo Ceppi la ampliò e le diede l'aspetto attuale. Nell'Ottocento l'icona fu fotografata da Secondo Pia, e si scoprì che era una copia.